A cura di Enzo Bacciardi, Dipartimento Contenzioso internazionale giudiziale e arbitrale

Il Decreto Cura Italia ha incluso gli avvocati fra i servizi essenziali non soggetti a sospensione di attività; ma gli avvocati, che sono stati definiti “essenziali” per decreto, lo sono davvero?

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La risposta la troveremo principalmente in questa fase autunnale di ripresa post-Coronavirus e dopo la fine della sospensione estiva dei termini processuali! Di certo, l’evento straordinario della pandemia costituisce un’occasione straordinaria per gli avvocati per dimostrare se e quanto sono realmente essenziali; occasione che temo verrà persa anche questa volta.

Molti avvocati puzza si sono già distinti in goffi tentativi di accaparramento di clientela. Ricordiamo, a tale proposito, che all’inizio della pandemia molto avvocati si sono precipitati a offrire le proprie prestazioni, sollecitando azioni risarcitorie da parte dei familiari delle vittime contro ospedali, medici e infermieri, cioè contro coloro che in quei momenti atroci mettevano a repentaglio la propria vita per salvare quella di tutti.

In altri casi, alcune aziende hanno offerto assistenza legale gratuita attraverso i propri legali interni o fiduciari per ogni necessità derivante dall’emergenza pandemica. In pratica, hanno pubblicizzato l’offerta di servizi legali, peraltro gratuita, da parte dei propri legali interni o fiduciari per l’assistenza nelle problematiche derivanti dall’emergenza pandemica così favorendo un tentativo di accaparramento di clientela da parte dei legali coinvolti.

È stato necessario l’intervento degli Ordini Forensi per far sospendere questa condotta!

Ma ora, cosa debbono fare e cosa, soprattutto, non debbono fare gli avvocati per dimostrare di essere essenziali?

L’evento pandemico ha generato un’infinità di squilibri nei rapporti civili, sociali, familiari, patrimoniali, economici, commerciali e industriali. Questi squilibri determineranno controversie, alle quali occorrerà necessariamente dare una soluzione.

La maggior parte di queste controversie verranno affidate ad avvocati i quali potranno perseguirne la soluzione in via stragiudiziale o in via giudiziale. Soprattutto quando le controversie investono rapporti economici o imprenditoriali, occorre adottare le più proficue soluzioni da perseguire e, soprattutto, occorre scongiurare al massimo di arrivare al contenzioso con la controparte e tendere, invece, a pervenire alla rinegoziazione del rapporto contrattuale.

Gli avvocati contenziosisti tendono per loro natura a stressare le tensioni fra le parti e a gestire la risoluzione delle stesse attraverso l’instaurazione di quanto più contenziosi possibili.

Gli avvocati d’impresa, normalmente di formazione e/o di tendenza anglosassone, si preoccupano, invece, di preservare le relazioni contrattuali controverse e di favorire la rinegoziazione del contratto in funzione della conseguente continuità d’impresa.

Tutte le imprese hanno interesse, ora più che mai, a mantenere la continuità dei rapporti contrattuali in corso (siano essi di fornitura, di prestazione di servizi, di vendita, di distribuzione ecc..), poiché sono il frutto di anni di investimenti e la perdita di un fornitore, di un prestatore di servizi o di un cliente si tradurrebbe per le aziende in una grave perdita economica, soprattutto ora, perché viene meno un asset utile per consentire la continuità aziendale.

Pertanto, l’opera dell’avvocato deve tendere ad indicare alle imprese le azioni da adottare e le soluzioni da attuare al fine di scongiurare un contenzioso con la controparte e pervenire alla rinegoziazione del rapporto contrattuale.

Personalmente, temo che gli avvocati tenderanno a trarre il massimo tornaconto da questo contesto, approfittando per aprire un’infinità di cause e altri procedimenti di natura contenziosa.

Questa soluzione sarà estremamente deleteria sia per le imprese che per l’apparato giudiziario ed evidenzierà la grande irresponsabilità, oltreché la grande arretratezza, della classe professionale forense.

Voglio analizzare, altresì, un altro significativo aspetto.

Gli avvocati inneggiano ormai da più di un decennio alle procedure di mediazione, si riempiono la bocca di “approcci di carattere negoziale, collaborativo, cooperativo e mediativo”; frequentano corsi di tecniche negoziali con l’intervento di docenti dei più elevati livelli nelle discipline giuridiche, psicologiche, tecniche, comportamentali ecc.., promuovono “patti di rinascita”; pubblicano “manifesti per la giustizia complementare”; aprono e gestiscono “tavoli ministeriali sulle procedure stragiudiziali”: ma alla fine il tasso di conclusione positiva delle procedure di mediazione obbligatoria si attesta sul 3% – 4%.

È evidente che non serve a nulla creare nuove procedure o nuovi organismi. La mediazione può essere fatta, e anche meglio, dai legali e negli studi legali. Occorre piuttosto modificare fondamentalmente la cultura e la mentalità professionale degli avvocati. Su questo ambito non c’è stato alcun progresso per cui la colpa e la responsabilità del totale insuccesso delle procedure di mediazione e risoluzione stragiudiziale delle controversie è tutta e solo degli avvocati.

In conclusione, e a mio sommesso avviso, come dicono gli avvocati, la gestione del post-Covid si risolverà in un disastro per il già disastrato sistema giudiziario; e voglio tralasciare ogni aspetto relativo alla tanto declamata deontologia e ai fantomatici, quanto decrepiti, “onore e decoro” della professione.